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Vieni su Marte

E’ stato avviato un progetto dal nome Mars One con l’intento di costruire una colonia permanente su Marte. Per essere selezionati si doveva postare un video su internet in cui motivare il desiderio di divenire per sempre “marziani”. Le candidature arrivate sono state su per giù centomila. Il progresso dell’umanità, il fascino della scoperta, essere protagonisti del futuro, questi gli argomenti principali a sostegno delle candidature.
Bene. Qui finisce la verità (www.mars-one.com).Ora, nella finzione, cerchiamo di fare i seri. Cos’è che vogliamo veramente da Marte? Non sarà, questa storia della fantascienza, soltanto l’ennesima menata per non occuparci del presente? Per distogliere lo sguardo da questa esistenza che scorre tra le dita, e noi lì con l’artrosi? Quando non si può avere la realtà, un sogno vale la realtà. Allora ecco che forse Marte è soltanto una metafora, il sogno di un altrove, di una terra promessa. Siamo andati ovunque su questa terra, eppure di Dio nessuna traccia. Allora eccola la nuova moda: emigrare su Marte, per riempire un vuoto di senso grande come l’universo.
VIENI SU MARTE prende spunto da Cronache Marziane di Ray Bradbury, dove si immagina il momento in cui l’umanità intraprende la sua ultima grande emigrazione, la più estrema di tutte: la colonizzazione di Marte. Raccontiamo le emozioni, le aspirazioni, le suggestioni che questo viaggio ispira nei diversi strati della nostra società. Raccontiamo i piccoli egoismi, le piccole ambizioni, le piccole voglie di rivincita indotte da questo enorme e radicale cambiamento. Raccontiamo dell’uomo che su Marte va alla ricerca di una pozza d’acqua dove, specchiandosi, poter finalmente incontrare un marziano.
Una metafora estrema, poetica e politica, per riuscire a contenere un’epoca ambigua, un’epoca di mezzo. Un’epoca in cui storici illustri cominciano a subodorare cosa ne sarà del nostro futuro consegnato all’avventura tecnologica, dove l’homo sapiens cesserà di essere l’algoritmo più brillante del pianeta e il valore del suo dominio terrestre verrà messo in discussione.
Il nostro lavoro vuole analizzare il tessuto che si trova alle falde di questa svolta autolesionista. Lo farà attraverso il riconoscimento dei sintomi, che possiamo ritrovare in molte delle tendenze contemporanee della nostra società, come l’immobilismo dei Neet, categoria che de finisce quei giovani dai 16 ai 25 anni che non studiano, non lavorano e non fanno nulla per migliorare la propria condizione, e attraverso l’analisi del relativismo dilagante che sta disfacendo qualunque tipo di morale collettiva.
I personaggi che animeranno la drammaturgia di VIENI SU MARTE saranno portatori di queste condizioni. Saranno disfattisti, incoerenti, nichilisti, incoscienti, ma allo stesso tempo sognatori, romantici, possibilisti e, quindi, decisamente umani.

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di e con Michele Altamura e Gabriele Paolocà

produzione Gli Scarti

col sostegno di Festival delle Colline Torinesi

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PROSSIME DATE

Non ci sono eventi in arrivo al momento.

CIRCUITAZIONE

28 FEBBRAIO 2018 TEATRO ROSSI – PISA
3 GIUGNO 2018 TEATRO ROSSI – MILANO
12 LUGLIO 2018 FABBRICA EUROPA – FIRENZE
21 LUGLIO 2018 TEATRO ROSSI – PISA
3 GIUGNO 2018 TEATRO ROSSI – MILANO
12 LUGLIO 2018 FABBRICA EUROPA – FIRENZE
28 FEBBRAIO 2018 TEATRO ROSSI – PISA
3 GIUGNO 2018 TEATRO ROSSI – MILANO
12 LUGLIO 2018 FABBRICA EUROPA – FIRENZE
21 LUGLIO 2018 TEATRO ROSSI – PISA
3 GIUGNO 2018 TEATRO ROSSI – MILANO
12 LUGLIO 2018 FABBRICA EUROPA – FIRENZE

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“[…] La giovane spezzina Compagnia degli Scarti, diretta dal talentuoso Enrico Casale, affronta l’“Ubu Roi” con coraggio e determinazione, effettuando scelte registiche e scenografiche che colpiscono nella compattezza e nella determinazione d’insieme. […] Il nutrito gruppo – dodici attori pieni di coraggio e vitalità -, tiene un ritmo denso e offre uno spettacolo divertente e vivace. L’attillata tutina nera che tutti indossano rimarca bene la “giusta distanza” in cui si pone il corpo dell’attore: nudo, intonso, pronto di volta in volta a indossare il personaggio di turno. Tutto accade e si svolge in scena, niente è nascosto agli occhi degli spettatori, tutto è visibile e dichiarato. Colpiscono i movimenti di gruppo, centrifughi e centripeti, ben strutturati, e un uso sapiente dei pochi oggetti scenici, che dona movimento e ritmo a un lavoro scattante, vivo e con poche pause, grazie a una regia che trova forza nell’ausilio dei costumi, delle luci e delle musiche.[…]”

Marco Menini – Krapp’s Last Post

“Dodici attori: una sfida impossibile per qualunque compagnia agli esordi. Non è così per l’associazione Scarti, un grupo nutrito di volenterosi artisti operante su La Spezia. La capacità che questi ragazzi hanno di affrontare le sfide, unendo sotto la guida del talentuoso Enrico Casale, figure e professionalità diverse è, per certi versi sorprendente. Questo Ubu Rex è uno spettacolo vitale, diretto, compatto, che trasuda entusiasmo e maturità nelle scelte. Colpisce la capacità che hanno gli attori di assecondare le voglie registiche, tenendo un ritmo alto, che avvince e non stanca mai. […] l’abilità che Enrico Casale ha di raccogliere gli stimoli disarticola i riferimenti, consegnandoli ad un tessuto narrativo diverso, profondamente autonomo dove essenziale è la matrice espressionista. In una scena neutra composta biomeccanicamente da moduli praticabili, ove campeggia un riquadro nero su fondo bianco, diretta emanazione dell’omonima opera di Malevic del 1917, gli attori, stretti nelle loro tute nere, aderenti e smanicate, sono insuperabili nell’inscenare la commedia del potere. Buona la prima dunque come si direbbe in gergo […]

Roberto Rizzente – Hystrio

Ci hanno abituato a pensare in piccolo, mortificati dai tagli allo spettacolo […] Eppure ogni tanto bisognerebbe provare ad aprirli quei cancelli dietro cui abbiamo rinchiuso le nostre paure e tornare per strada, invadere le piazze, e non solo nei giorni di festival. Soprattutto questa convinzione mi porto dietro da ieri sera (30 aprile) fin da quando il pubblico si affollava per acquistare il biglietto al Teatro Civico di La Spezia […]in quel teatro all’italiana, dal boccascena troppo stretto per contenere un’esplosione teatrale come l‘Ubu Rex della Compagnia degli Scarti, con un’acustica improbabile e il sipario beige in tinta con il velluto consumato delle vecchie poltrone, ieri sera si è celebrata una festa, un incontro di tante persone. […]Padre Ubu mangia resti umani mentre urla la propria sete di potere collezionando una serie infinita di acrobatici e gustosi coiti. Ha lavorato sulla coralità Casale, creando una scena in perenne movimento,slegando talvolta le azioni dalla logica del testo (come in un certo Kantor degli inizi) rimarcando il proto- surrealismo di Jarry proprio nel surrealismo dei maestri polacchi, guarda caso è la Polonia protagonista nella pièce di Jarry.  Elicotteri, fucili giocattolo combattono contro sciabole rosse e la presa del potere è un disordinato gioco in cui Padre Ubu viene incoronato con un paio di scarpe bianche legate al collo. Demenzialità pura e canti gregoriani. L’eliminazione degli aristocratici da parte dell’improbabile gerarca è un tuffo che si ripete sulle braccia pronte della compagnia con una danza del violento ed egoista oligarca sempre più carica di sarcasmo e macabra ironia. Tutto ciò è Ubu Rex degli Scarti. E’ la rappresentazione del potere e delle sue più ingiuste deformazioni, talmente distorte da essere reali, ma per Casale è anche un potente con l’esile corpo da adolescente che si prepara alla guerra con un’armatura bianca che sembra una zucca, la spada di plastica in una mano e un palloncino a forma di cavallo nell’altra, surreale destriero di un uomo tanto assetato di potere quanto ridicolo.

E ce ne sono ancora molti di uomini così, sono anche loro che ci hanno abituato a nasconderci, dentro rifugi d’occasione o castelli dorati che siano, gli Scarti per una sera sono fuggiti e hanno invaso il regno.”

Andrea Pocosgnich – Teatro e Critica

“[…]La bravura degli Scarti sta sia nell’aver offerto un affresco pittorico inquietante, di grandissima forza e insieme visionarietà, come fosse un tableau vivant medioevale, da Trionfo della morte, o come un quadro di Goya o Ensor, sia nel restituire la desolazione di un’umanità per nulla eroica, dedita solo all’obbedienza e al regime della mediocrità. Nel suicidio assistito del libero arbitrio e della libertà di espressione l’umanità muore in silenzio, davanti alla TV, senza boati, senza disturbare la cena di Padre UBU.”

Anna Maria Monteverdi- ateatro.it

La Compagnia degli Scarti – per mettere in scena una delle più scabrose e laceranti denunce dl potere – usa con grande padronanza tutti i mezzi teatrali: dalla cacofonia di musiche e rumori, utilizzati in modo spiazzante o come contrappunto sonoro alle immagini, alla pantomima, fino a un utilizzo di luci e ombre di chiara matrice espressionista – insieme crude e brucianti.
Grazie a sei semplici pedane di legno – prigioni, portantine, trono e palchi – la resistibile ascesa di Ubu Rex si srotola tra luoghi e situazioni molto distanti tra loro, rese perfettamente con materiali poveri – a riprova che l’apparato scenografico costoso è più spesso l’esternazione di un bisogno narcisistico del regista, che non creativo dell’artista – e la grande espressività di un linguaggio interpretato in ogni possibile declinazione – dalla parodia all’aderenza tragica – da dodici splendidi attori.
Da notare, ancora, alcune finezze di gusto all’altezza di quel teschio che, da solo, nel teatro shakespeariano riconduceva a un intero universo di valori e suscitava, nell’immaginario comune, ricordi e fantasie che corredavano l’essenzialità della rappresentazione: dai richiami ironici all’estetica fascistoide al re-papa sinonimo di potere teocratico assoluto; dalle stoccate alla pubblicità e al sesso come vere sostanze inebetenti della nostra società all’uso della pressione fiscale come mezzo delle classi dirigenti per mantenere i propri privilegi.
Non ultimo, infine, un uso intelligente della gestualità e del movimento, della pantomima e del rallenty che permettono di moltiplicare lo spazio e ricreare azioni, altrimenti impossibili, su un palco di dimensioni ridotte.
Finale filmico estremamente poetico, suggello perfetto di un piccolo capolavoro assolutamente da non perdere.

Simona Frigerio – Persinsala.it

..non appena lo spettacolo inizia, appare subito chiaro che la fisicità è una caratteristica peculiare di questo collettivo: la sincronia dei gesti, i tempi comici, la gestione degli oggetti in scena, tutto fa pensare quasi a una danza, a una macchina oliata alla perfezione in cui ogni elemento serve a donare dinamismo e ritmo.
La regia non è da meno nel supportare il lavoro degli attori con un montaggio incisivo e intelligente: qualora ci sia una sbavatura, un’imprecisione o un compiacimento retorico non c’è il tempo di accorgersene, la critica – e a volte anche la riflessione – viene rimandata a dopo, ciò che governa è lo slancio. Del resto quello di Jarry è un carnevale chiassoso, feroce e irriverente: se l’operazione degli Scarti risulta filologica lo è nel migliore dei modi, quello dello spirito.
Così se da un lato il testo non viene toccato e alcuni costumi (come l’armatura da battaglia di padre Ubu) ricalcano con esattezza quelli disegnati dallo stesso Jarry, dall’altro gli espedienti attorali, quelli tecnici e l’utilizzo misurato di riferimenti pittorici e cinematografici – Venceslao e la sua corte richiamano la delegazione bizantina di  Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno di Monicelli – diventano elementi di uno stile sicuramente personale ma aderente all’originale.
Nella formazione della compagnia diversi metodi, dal Living Theatre a quello forse più evidente di Jacques Lecoq, contribuiscono a creare una scena sempre viva e cangiante: l’attore, secondo il maestro francese, è chiamato dopo aver affrontato una parte di mimesi del testo e delle azioni a una “trasposizione autorale” di ciò che si indaga, portandolo a un confronto con la drammaturgia, e quindi con la scena, mai banalizzante
La strada del gruppo – si legge sul sito della compagnia – si è sviluppata grazie al costante lavoro e alla disciplina, arrivando al professionismo nell’aprile 2010: un teatro indipendente, dunque, “arrancante” in una sfida costante di sopravvivenza e resistenza. Un teatro in un certo senso operaio, a dimostrazione che, pur partendo dal basso, con risultati come questi  si può puntare lontano.

Corrado Rovida – Stratagemmi

 “Funziona molto, nell’allestimento, il senso di coralità che la regia sa infondere, e qui ci colleghiamo all’inizio: anche se in scena sono una decina), la sensazione, per tutto il tempo, è di assistere ad una vicenda numericamente inestricabilmente molteplice e aggrovigliata, con naufragi di masse del genere umano alla ricerca di improbabili zattere di salvataggio, tableaux vivent di quadri di fine Settecento.
Questa rilettura del testo, peraltro, ci restituisce un Jarry molto shakespeariano e riesce a scolpire un percorso che è proprio condensato di tutti gli espedienti narrativi cui pure il Bardo fece ricorso nelle sue più celebri opere, a testimonianza di come i grandi temi su cui il teatro si è interrogato sono in fondo rimasti gli stessi nei secoli e che a ben guardare il patafisico può essere anche molto molto classico.
Aspettarsi tanta compattezza, tanto ritmo, tanta capacità di celare i propri difetti, le ingenuità (che pure qua e là ovviamente si presentano) è roba che si guadagna con il mestiere. Ci sorprendiamo quindi di dover ammirare tanta consapevolezza in una compagnia giovane e in parte (volutamente) inesperta. Ma l’esperienza e l’impostazione della voce, del gesto, la pulizia, siamo sicuri che siano sempre ingredienti necessari all’arte del teatro? Pasolini si interrogò con grande forza sulla necessità di questi elementi per il cinema arrivando alle risposte che tutti conosciamo, figuriamoci dunque se il teatro non può indagare le sue strade più feconde ricorrendo alla negazione (non aprioristica, s’intende) dell’accademico, per lavorare sulla miserabile sporcizia del genere umano, su quella parola così sudicia che è Potere? Su questo l’indagine della compagnia continua, il prossimo progetto sta prendendo la direzione de La serva padrona, per passare dal macrocosmo al microcosmo dei rapporti di forza, dalla violenza sulle masse a quella più subdola su chi ci è prossimo.
Noi su questo gruppo di lavoro, su chi lo coordina, riteniamo di poter maturare aspettative sensibili. La loro ricerca ci interessa. Sono vivi, sanguigni, veri, niente chiacchiere e orpelli: poche storie, questi fanno Teatro!

Renzo Francabandera – PAC
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