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Uccisi dal chiaro di luna

il futurismo non aveva futuro

Liberamente tratto da diverse opere di Marinetti, Fillia, Depero, Settimelli e Libero Altomare, Uccisi dal chiaro di luna è una cantata a due voci dedicata al Futurismo e ai futuristi ed all’Italia e agli italiani: una cantata dove non si canta perché non c’è più niente da cantare, tutt’al più si può stonare. Spunto di partenza del lavoro è il riconoscimento di una condizione comune di marginalità, tanto del movimento futurista, quanto della cultura e del teatro cento anni dopo. Uccisi dal chiaro di luna è dunque anche un lavoro sulla precarietà, uno spettacolo che per il tramite del futurismo e della sua vitalità sconfitta ci parla ancora della nostra attuale debolezza, di una cultura sempre più musealizzata, brandizzata, trasformata in prodotto per turisti, in cui la forza del nuovo viene continuamente assorbita, normalizzata ed utilizzata, oppure irrisa, sminuita, marginalizzata, estinta. Nel tentativo di capire perché il Futurismo non aveva futuro.

CREDITS

uno spettacolo di e con Elvira Frosini e Daniele Timpano
disegno luci Omar Scala

produzione Frosini / Timpano – Kataklisma, Gli Scarti

MEDIA

PROSSIME DATE

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CIRCUITAZIONE

28 FEBBRAIO 2018 TEATRO ROSSI – PISA
3 GIUGNO 2018 TEATRO ROSSI – MILANO
12 LUGLIO 2018 FABBRICA EUROPA – FIRENZE
21 LUGLIO 2018 TEATRO ROSSI – PISA
3 GIUGNO 2018 TEATRO ROSSI – MILANO
12 LUGLIO 2018 FABBRICA EUROPA – FIRENZE
28 FEBBRAIO 2018 TEATRO ROSSI – PISA
3 GIUGNO 2018 TEATRO ROSSI – MILANO
12 LUGLIO 2018 FABBRICA EUROPA – FIRENZE
21 LUGLIO 2018 TEATRO ROSSI – PISA
3 GIUGNO 2018 TEATRO ROSSI – MILANO
12 LUGLIO 2018 FABBRICA EUROPA – FIRENZE

PRESS

“Colpisce per una certa sua aguzza stramberia Ecce robot! dell’estroso Daniele timpano, quasi un autoritratto generazionale attraverso Mazinga Zeta a e altri cartoni animati giapponesi: vestito di un’assurda tutina bianca, coi suoi gesti sghembi e i suoi toni deliranti, il giovane attore alterna la compunta ricostruzione di lotte fra mostri meccanici a spiazzanti scorci autobiografici: si ricordano le crociate democratiche e progressiste contro questa invasione televisiva, per concludere che i litigi dei genitori e la solitudine dei figli facevano forse più male.”

Renato Palazzi – Il Sole 24 ore

“Gli anni ’80 resuscitati da Timpano con misurata ironia in una messinscena ondivaga che si muove tra ‘riflessione su’ e ‘rappresentazione di’ quei furiosi incontri con le gesta di Mazinga e soci […] L’aspetto più interessante che restituisce Timpano nel suo spettacolo, frutto del suo essere attore trasversale, dalla gestualità sbrigativa, epigrammatica, sempre significante, è quello strano senso di nostalgia per quell’età di grandi sfide galattiche e di rivoluzioni d’acciaio che […] ci fa solidali con lui. Di bianco vestito, Timpano doppia se stesso quando interpreta in pose plastiche ed eroiche, col solo aiuto di tagli di luce colorata e di una ricca colonna sonora di effetti, le gesta dei suoi beniamini giapponesi, salvo poi trasformarsi in affabulatore […] quando il suo pensiero corre, ribellandosi, ai presunti ‘guasti’ che quella civiltà del piccolo schermo avrebbe, secondo la morale corrente, procurato”.

Enrico Marcotti – Libertà

“Prendendo come spunto narrativo i robot giganti che hanno «invaso i teleschermi italici» con la loro «etica mortifera e guerrafondaia» – e addirittura mettendo in scena alcune puntante, di cui una, l’ultima, persino inedita – certamente Timpano imbocca noi, pubblico di suoi coetanei, con una bella «madeleine» fatta di pugni rotanti e raggi gamma. Ma, allo stesso tempo, ripercorre l’ascesa delle emittenti televisive private (e del suo vate Berlusconi) che hanno cresciuto intere generazioni di bambini, lasciati nelle braccia della tv come in quelle di un’amorevole baby-sitter da parte dei loro genitori, in grado poi di scatenare polemiche ideologiche contro i cartoni violenti e diseducativi. Così Daniele Timpano ripercorre la polemica mediatica montata contro «Goldrake» (pronunciasi come si legge), culminata nell’utilizzo strumentale della morte accidentale di un bambino – e, cinicamente, sceglie di non “commuoversi” per quella morte, ribaltando l’ipocrisia insita nei ragionamenti di giornalisti e genitori, che promuovono la famiglia – spesso fucina di autismi affettivi, quando non di aperte violenze – come un modello assoluto. Anche qui, dunque, c’è un sovvertimento della narrazione teatrale, che solitamente parte da un tema di rilevanza sociale già condiviso dal pubblico, e ne mette in scena un’esegesi condivisa. Nel teatro di Timpano avviene l’esatto contrario […]”

Graziano Graziani – La differenza
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Andrea Maltagliati

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