Jonathan Lazzini

Camaleonti – trilogia

Camaleonti – trilogia

Domenica 04 Ottobre 2026
Anteprima
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IL D!ALMA, La Spezia
ore 18.00
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Le montagne russe della vita di Monzón, la bestia nascosta dentro Kinski, il talento affogato nella strada di Cavallo. Hanno nascosto, fino all’esplosione, i loro drammi e le loro fragilità, confondendosi con le dinamiche di un secolo troppo veloce per l’uomo. È un novecento di parole che si fanno carne quello che vive in questi testi. Una carne portata all’estremo delle sue possibilità, con pochi momenti di grazia e infiniti attimi di furore e terrore.
Ma è il linguaggio a tracciare una direzione che spinge tutti e tre verso lo stesso inferno. Un cortocircuito di poesia e violenza che rimane fine a sé stesso, con nessuna speranza di cambiare. Ma di trovare in questo, lo spazio dell’abbandono a un godimento senza confini.

 

MONZÓN
Un ragazzo che si prostituisce per la droga. Cerca un lavoro, è difficile trovarlo, è difficile tenerselo. Cerca un posto dove stare, dove sentirsi a casa. Anche questo, obiettivo difficile da raggiungere.
Si immagina Monzón, si sogna Monzón, di essere forte come il pugile argentino e allo stesso modo combattere contro la vita. Ma fallisce, perché “Che cos’è Monzón” in fondo?
Una figura discussa, controversa, che riassume in sé tutte le contraddizioni di un secolo in balìa del furore. Il riscatto sociale, la fama e il delirio.
Nel testo la figura del boxeur si fa sentire come un’eco per le strade, dove il ragazzo in preda a una furia sociale si aggira in cerca di sopravvivenza. I corpi di entrambe le figure tendono in più passaggi ad assomigliarsi. Le ferite coincidono.
Il testo è diviso in dodici riprese, come quelle che Monzón impiega per mandare al tappeto Nino Benvenuti e conquistare la cintura di campione del mondo.

 

KINSKI
Un prodromo a senso unico, che lascia poco spazio a elucubrazioni di qualsiasi genere.
Un testo profondamente teatrale, nella sua definizione più classica. Così profondamente teatrale, da esserlo, per forza di cose, ironicamente nei confronti dell’osceno.
O – skené.
Un attore si muove sulla scena sputando sentenze a destra e a manca. Il filo dei suoi ragionamenti è flebile e si spezza frequentemente. Proprio come le narrazioni del Novecento, spesso, forse troppo, suscettibili alle più varie reinterpretazioni.
Klaus Kinski ha impersonificato lungo tutta la sua carriera, un furore che si è riversato, irrimediabilmente, nella sua vita lavorativa e privata. Camaleonte incapace all’adattamento, questo testo si divincola attraverso diversi media e svariate direzioni. Politiche, religiose, civili e artistiche.
Il Kinski sulla scena è ora un Fitzcarraldo, ora un Woyzeck, ora vuole un teatro tutto suo, ora un fucile per vendicarsi.
Il Camaleonte che si cela tra queste righe, è un predatore rapido e crudele, che usa le parole per stanare la preda. È un’incursione che tocca al cuore col fioretto e prima che la vittima si accorga della ferita, è già troppo tardi.
A differenza degli altri due testi, che hanno una vocazione fortemente popolare e che per questo si servono del calore e la vicinanza del pubblico, l’invettiva di Kinski si riversa sulla platea con tale violenza che finisce per allontanarla, creando quasi una barriera.

 

CAVALLO
La Garbatella di Victor Cavallo è spaventosamente simile alla città natale di Jonathan. Per questo ha sentito affini le espressioni e le capriole verbali del poeta-attore romano scomparso alla fine del secolo scorso. Perché è difficile gettare il cuore oltre gli ostacoli, se nasci e vivi in un micromondo stragonfio di poesia.
Cavallo è un Camaleonte che cerca di perdersi, e che sfinito cerca la giungla più fitta per nascondersi da quella modernità in cui gli uomini hanno dimenticato la tenerezza e l’interesse per le cose inutili.
Cavallo, poeta dell’inutile, è uno che osserva il mondo. Darebbe tutto per un gol di Ronaldo o un gancio di Tyson, per una ragazza intravista a Castel Porziano o una sigaretta dentro una notte di incendi. Cavallo è lo spettatore principale di Monzón e di Kinski. E mentre osserva, si trasforma in tutto ciò che è rimasto così a lungo a guardare.

 

La stesura dei testi e la volontà di affrontare le tematiche sopra descritte sbocciano in Jonathan grazie al lavoro fatto all’interno della Bottega Amletica Testoriana condotta da Antonio Latella.
L’incontro con Testori fa emergere la necessità di un tentativo di approccio alla drammaturgia in modo poetico e insieme carnale. Il primo testo che parte dalla figura di Monzón, è nato proprio in relazione alla passione di Testori per la boxe, condivisa da Jonathan stesso. La serie di disegni sui pugili dell’artista lombardo e i personaggi che si trovano nelle sue opere legati al mondo del pugilato, sono stati fondamentali per la creazione del primo Camaleonte. Inoltre la parola di Testori porta lo scontro e la lotta dentro di sé in ogni momento. Jonathan ha provato con le sue parole e vuole provare in scena, a boxare con e attraverso questi Camaleonti.

di e con Jonathan Lazzini
dramaturg Alice Sinigaglia e Davide Pascarella
movimenti scenici Leonardo Castellani
musiche Emiliano Bagnato
luci Tiziano De Meo
costumi Rebecca Ihle
scene Alessandro Ratti
foto Francesco Capitani
produzione SCARTI Centro di Produzione Teatrale d’Innovazione
si ringraziano Casa Testori, Giuseppe Frangi e Antonio Latella
con il sostegno del MiC e di SIAE nell’ambito del programma “Per Chi Crea”

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