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La vita ha un dente d’oro

Laddove nasce la tradizione ormai perduta.
Il gusto ed il piacere della vera finzione. Quella autentica. Quella che privilegia il gioco e la santa idiozia. La fede nell’arte del fallimento.
Insomma, signori, potrete vedere due attori. Certamente il gradino più basso dell’umanità, ma pur sempre due persone, due esseri, due esemplari di una specie in via d’estinzione.
Fatta oggetto da qualche anno a questa parte, come ben sapete, di una caccia spietata.
Coloro tra voi che ne sono ignari si chiederanno il perché.
Perché mai questo accanimento?
Forse per la pelle?
Per i denti e le unghie?
Per gustarne il rinomato fegato all’alcol?
No signori. Le carcasse degli attori vengono semplicemente lasciate marcire al sole, soltanto dopo, però, aver tratto godimento dal loro dolore in seguito ad una qualsiasi frase irrispettosa nei loro confronti.
Come, per esempio Ma insomma basta con gli attori !
Ecco, una semplice frase come questa può produrre danni devastanti nella fragile ed aerea natura di questa specie.
E noi ne abbiamo individuato due esemplari apparentemente ancora in buono stato.
Venite a vedere di cosa sono capaci!
Di quale profonda ed inarrivabile stupidità sanno farsi carico!
Come sanno attrarsi e distrarsi, precipitare dalle vette del sublime al buco nero del marasma più ingovernabile!
E poi, chiunque volesse aiutare loro e i rari esemplari ancora esistenti, può lasciare una donazione al Comitato per la difesa e la salvaguardia dell’attore.

 

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di Claudio Morganti, Rita Frongia
con Francesco Pennacchia e Gianluca Stetur
Produzione Gli Scarti

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CIRCUITAZIONE

28 FEBBRAIO 2018 TEATRO ROSSI – PISA
3 GIUGNO 2018 TEATRO ROSSI – MILANO
12 LUGLIO 2018 FABBRICA EUROPA – FIRENZE
21 LUGLIO 2018 TEATRO ROSSI – PISA
3 GIUGNO 2018 TEATRO ROSSI – MILANO
12 LUGLIO 2018 FABBRICA EUROPA – FIRENZE
28 FEBBRAIO 2018 TEATRO ROSSI – PISA
3 GIUGNO 2018 TEATRO ROSSI – MILANO
12 LUGLIO 2018 FABBRICA EUROPA – FIRENZE
21 LUGLIO 2018 TEATRO ROSSI – PISA
3 GIUGNO 2018 TEATRO ROSSI – MILANO
12 LUGLIO 2018 FABBRICA EUROPA – FIRENZE

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“Nel perturbante di questo accadere siamo accompagnati da due attori non solo eccellenti ma magistrali (Francesco Pennacchia e Gianluca Stetur), la cui bravura già da sola potrebbe portare alla commozione. O al riso. Due espressioni umane qui prese in esame, attraverso una lente impietosa e inclemente, quella che ci fa fare delle domande, quella che non ci lascia stare, che ci mette scomodi, denudati. Per questa ragione, l’importanza dello spazio: bene sarebbe stare vicini, nel piccolo, per entrare nel dettaglio degli occhi che si illucidiscono nel chiedersi se siamo, noi, forse, qualcosa più d’un ginepro – alberino negletto, puntuto e dimenticato. Tutto è. E infine finisce.
In questo nostro ‘dopo’ non possiamo far altro che ringraziare Morganti, Frongia, Stetur, Pennacchia per avercelo saputo ricordare con tanta maestria.

Azzurra D’Agostino – KLP Teatro


Un dramma notturno dunque, ma non oscuro, un dramma giocato sull’angoscia del “non” esistere, matrice prima di ogni teatro, che pure sembra incinto di un paradosso, quello che, proprio attraverso il teatro, sull’incomunicabilità si può costruire una narrazione e dalla narrazione un significato e una comunicazione, e su questa un esistere fatto della “materia dei sogni” ma in fondo più concreto della pietra.
Dalla morte (drammaturgica ovviamente) in scena degli attori, alienati nella recitazione, morte che sembra costituire la chiave del dramma esplicitata nello stesso sul foglio di scena, non resta dunque solo cenere.

Maria Dolores Pesce – Dramma.it

“La vita ha un dente d’oro, spettacolo di Rita Frongia con in scena Francesco Pennacchia e Gianluca Stetur e la regia di Claudio Morganti – visto in quello spazio autogestito e vitale che è il Teatro della Caduta di Torino –, ha una struttura molto semplice, così come semplice è lo sviluppo drammaturgico. Due uomini – uno dei quali (Stetur) ha la testa coperta da una benda insanguinata – si trovano l’uno di fronte all’altro a un tavolino, con sopra solo un mazzo di carte, un bicchiere e una bottiglia di liquore; accanto a loro una chitarra elettrica. Essi cercano di passare insieme il tempo senza annoiarsi o torturarsi, insomma provando a viverlo appieno. L’uomo coperto di bende sarà in realtà un morente che sta esalando il suo ultimo, sussurrato respiro in un’aperta pianura, mentre l’altro (Pennacchia) sarà la Morte venuto a prendere il suo interlocutore per portarlo nell’aldilà, accompagnandolo con le note dissonanti della chitarra elettrica. Sebbene l’elemento sia ovviamente importante e rivelatore, fino alla fine questo svelamento è celato, nascosto dietro la vicenda dei due strani individui. Pennacchia e Stetur dominano infatti continuamente la scena, alternando dialoghi folli e divertenti, in cui per esempio scherzano sullo stereotipo dell’ubriaco sempre biascicante a teatro o giocano con un cane invisibile, a considerazioni profonde sul sapore amaro della Bellezza, su come la vita passi senza che ci appartenga mai davvero, o di come un artista come Malevič sia riuscito a uccidere Dio, disegnando su uno sfondo bianco il suo quadrato di un nero asciutto e compatto.

La meditata scelta di ricorrere a un apparato scenico e a un intreccio “povero” (si dia a tale aggettivo l’accezione positiva posta da Grotowski) permette a Frongia di concentrarsi su una questione più profonda. L’obiettivo artistico dell’autrice è infatti quello di costruire un grande memento mori, alla luce del quale chiedersi: che senso ha coltivare un’arte così fragile e abissale come il teatro, se la vita è talmente corta, come «è scritto sulla pelle» (Piero Ciampi, Il vino)? Sia i dialoghi divertenti che quelli seri di Pennacchia-Stetur ragionano, in fondo, di continuo e in modo più spesso non velato sull’arte dell’attore, sui suoi pregi e sulla sua tensione al bello, ma anche sui difetti di alcuni suoi cultori, tra i quali la tendenza ad affezionarsi a stereotipi e clichés (come, appunto, quello dell’ubriaco). Lo stesso titolo dello spettacolo è indice di questa precisa linea di ricerca. Come riportano le note di regia del lavoro, La vita ha un dente d’oro si ispira a un’antica espressione bulgara, che «pare venisse utilizzata per alludere al fatto che in tutto ciò che è vero c’è sempre un artifizio» e costituisce il perfetto corrispettivo del teatro. Del resto, quest’ultimo non è altro che un’arte sincera che, paradossalmente, passa per alcune finzioni, per piccoli inganni, per le illusioni create dalla parola poetica, attraverso la quale lo spettatore è condotto a una vitalità di gran lunga superiore a quella esperita nella quotidianità.
Frongia pare dunque rispondere alla domanda in questi termini. Il teatro è vita piena e sincera che si manifesta attraverso alcuni artifici, quegli stessi artifici di cui lo spettacolo, creato insieme alle teste calde e brillanti di Pennacchia-Stetur, è ricolmo e che attraggono di continuo l’attenzione dello spettatore. Si potrebbe inoltre aggiungere che il teatro è il tempo stesso, che cade uniforme come la neve bianca immortalata dal racconto The Dead di James Joyce, sebbene depurato dalla sua componente «sanguinaria» che porta, infine, alla morte. Ciò implica, pertanto, che chiedersi il senso di praticare quest’arte nel poco tempo che abbiamo a disposizione sarebbe come domandarsi oziosamente che senso abbia vivere, fintanto che siamo vivi e nel pieno delle nostre forze. Ma per precisare meglio che tipo di vitalità ha in mente Frongia, potrebbe essere utile esaminare un po’ più da vicino alcune battute chiave pronunciate da Pennacchia-Stetur e che alludono alla visione del mondo / dell’arte abbracciata dalla drammaturga.
Rita Frongia
Foto Rita Frongia

Un primo elemento chiarificatore proviene dalla sua concezione che l’uomo non possiede la realtà e le cose di cui è intessuta, poiché queste si allontanano da lui persino quando ha l’impressione di esserne il padrone. Pennacchia-Stetur alludono infatti di continuo nello spettacolo al fatto che, nella vita quotidiana, ciascuno insegua qualcosa che illumina la sua esistenza, per poi scoprire che si trattava di un «faro spento», oppure si comporti come una bambina che guarda da un muretto gli eventi correre e passare senza posa, fragili e caduchi al pari di uno smorto ginepro. La vita ordinaria è così un susseguirsi nel tempo di frammenti slegati e incomprensibili, senza una trama accertabile, in altri termini un insieme di fatti che ricordiamo «come se» li avessimo vissuti, mentre non li abbiamo vissuti affatto. Ora, poiché il teatro procede per via contrarie, ossia riesce a tracciare almeno per un istante un ordine in questo confuso disordine e, giacché gli attori non agiscono sulla scena attraverso dei “come se” («agisco come se bevessi», «agisco come se ridessi», ecc.), bensì compiono azioni pure («bevo», «rido», ecc.), allora si può concludere che uno degli aspetti vitali del teatro è la sua capacità di far sì che le cose, finalmente, non si allontanino più da noi. Almeno per un istante, esse vengono anzi afferrate, accettate, capite.
Il secondo elemento illuminante è l’idea che l’attore agisca sulla scena «per non farsi male», che il «guizzo di un guitto» sia un modo per non provare la pena e la tristezza che si avvertono in molte circostanze dell’esistenza. Il teatro sarebbe così vitale in senso pieno perché contrasta quella che Juan Rodolfo Wilcock – poeta del Novecento, ingiustamente dimenticato – chiama «l’arte di farsi male», ossia l’abito razionale umano a costruire una società che perseguita e tiranneggia i suoi membri, invece che metterli nelle condizioni di coltivare i loro piaceri e talenti. Gli attori risultano così un modello di felicità perseguibile, smantellando col loro piccolo lavoro di ogni giorno un tassello che regge il sistema inumano e crudele in cui ci muoviamo.”

Enrico Piergiacomi – Teatro e Critica

“La rassegna autunnale di Spam! Rete per le Arti Contemporanee, quest’anno, abbandona l’ispirazione legata al tempo delle passate edizioni per sposare la dimensione geografica: gli spettacoli sono tutti afferenti a realtà toscane, corredati da una serie di incontri letterari e retrospettive incentrati sulla contemporaneità italiana. Questo il senso circa il nome dell’iniziativa, Affari nostri, secondo i direttori artistici Roberto Castello (torinese, toscano ormai d’adozione) e Graziano Graziani.

Ad aprire il cartellone, a Porcari, Claudio Morganti, uno dei più interessanti uomini di teatro italiani, di cui ricordiamo con piacere il lungo lavoro su Woyzeck di Georg Büchner (una serie di studi, culminati con Ombre-Wozzeck, inverno 2012), indimenticabile rilettura di uno dei più grandi testi della drammaturgia europea, nonché il beffardo e puntuto Serissimo metodo Morg’hantieff per attori, teatranti e spettatori (Roma, Edizioni dell’Asino, 2011), agile volumetto di riflessione sul mondo e le pratiche della scena. Adesso è il turno di La vita ha un dente d’oro, allestimento di cui Morganti cura la regia, demandando a Francesco Pennacchia e Gianluca Stetur di metter faccia e corpo sull’elaborazione drammaturgica di Rita Frongia.

Un tavolino di legno, due uomini di fronte, uno a destra, l’altro a sinistra: potremmo essere in un bar, già che al centro del piano campeggia una bottiglia sovrastata da un bicchiere. Giocano a carte o, almeno, sembra: in realtà, le mescolano, scimmiottando movenze da consumati biscazzieri in un paradossale crescendo buffonesco. A sinistra Stetur, improbabile e ieratico, fragile e contratto, avvolto da maglione e sciarpa di lana: naso prominente, fasciatura al cranio, ha tratti eduardiani, in certe sospensioni, quasi da Augusto, la “vittima” nelle coppie di pagliacci. Pennacchia, calvo, in rosso, scattante e assertivo clown bianco, è lui a menar le danze: sposta il mazzo, rotea bicchiere e bottiglia, inizia a parlare con accento meridionale, per una progressione che strappa sorrisi a un pubblico ancora incerto.

La luce è semplice, quasi naturalistica, in evidente (e ricercato) contrasto col disegno più propriamente teatrale: siamo nei dintorni dell’Assurdo, e gli slittamenti che, via via, i due imprimono alla (non) azione privano, con maliziosa puntualità, lo spettatore d’appigli narrativi, ganci che non riguardino solo ed esclusivamente il gioco, ivi compreso quello circa il “cane che non c’è”, a pochi passi dal tavolo. Tutto sull’attore, sugli attori: e ve n’è ben donde, dato che sia Stetur sia Pennacchia offrono una performance davvero ammirevole quanto a dinamica, tenuta ed efficacia rispetto al progetto. Non si staccano mai da tavolo e sedie, eppure la scena si apre, si contrae, respira animata e pulsante. Si mescolano lingue e accenti (oltre al meridionale, lo slavo, l’italiano), cadenze e riferimenti (dallo strascicato tipico degli ubriachi alla declamazione scultorea della grande poesia, quasi mascherando Eliot a Rimbaud), per un insistito e continuo depistaggio del pubblico, intrappolato in quel niente che è il teatro morgantiano, la sua beffarda messa in crisi dei parametri di verità e menzogna, realtà e finzione. Del resto, La vita ha un dente d’oro, ce lo dice lo stesso Morganti nelle note di regia, è un detto bulgaro che allude a come ogni cosa presenti un che d’artificioso, di falso, un dente d’oro, appunto.

Non manca una certa furberia, con strizzate d’occhio a chi mastica teatro (la sequenza circa il come se è ineluttabile questione posta non appena ci si cimenti col mestiere d’attore) e, la totale sottrazione d’appigli offerti al gentile pubblico può essere, sì, lucido disegno del regista (che sogghigna a due metri da noi, seduto su una panca), ma, al contempo, uno dei limiti, in termini di coraggio, del lavoro in sé. Ché sottrarsi a una drammaturgia forte può certo leggersi come arditezza in direzione del teatro contrapposto allo spettacolo (punto irrinunciabile dell’acuta riflessione di Morganti), ma anche pratica respingente, non priva d’una sua paradossale comodità, per chi s’approcci alla visione senza aver di forza tutti gli strumenti per decriptare: ovvio che non possiamo noi, in tre come in mille righe, sciogliere il dilemma o dettar la linea (siamo scribacchini, peraltro evocati direttamente dai due in scena!); ci basta, e ve n’è d’avanzo, porre il problema, senza illuderci di risolverlo. Certo, la chiusura quasi grandattoriale è potente: Pennacchia muta registro, chiosa e, in effetti, avvicina il pubblico, in una calcolata e davvero toccante frattura della quarta parete. La luce sfuma, i volti si fanno tetri, il buio inghiotte, e inghiottirà, tutto. Sino al rumore devastante di una chitarra elettrica, apocalisse che tracima nel nulla. Sino al silenzio che prelude all’applauso del pubblico. Alla fin fine, un altro nulla.
Il prossimo appuntamento di Affari nostri è per sabato 22 novembre, alle 19, presso la chiesa di Santa Caterina a Lucca: lo scrittore Nicola Lagioia (autore di La ferocia, Einaudi, 2014) sarà protagonista dell’incontro Lagioia e la ferocia organizzato in collaborazione con Libreria Baroni e Lucca Libri, condotto da Rodolfo Sacchettini.”

Igor Vazzazi- La gazzetta di Lucca

Un tavolino, due sedie, qualche oggetto e due attori. Tutto qua. Questa l’essenziale messa in scena dello spettacolo La vita ha un dente d’oro, regia di Claudio Morganti, drammaturgia di Rita Frongia e con Francesco Pennacchia e Gianluca Stetur in scena. Uno spettacolo che gioca sulle capacità espressive dei due attori che passano continuamente da un registro all’altro, da una “scenetta” all’altra, di-mostrando un’indubbia presenza scenica capace di riempire il non sense a cui ci si convince di assistere con lo scorrere del tempo.

I due giocano con delle carte, ma non come si gioca a carte, parlano diverse lingue (vere o inventate?), fanno immaginare la presenza di un cane sul palco, discutono e addirittura riflettono sul “fare teatro” e così via. Il passaggio da una sequenza all’altra, a volte, è impercettibile, altre, marcatamente espresso attraverso un assemblaggio drammaturgico, e registico, che cerca di tenere alta l’attenzione degli spettatori. Assistendo allo spettacolo non ci si chiede come possa andare a finire, ma, piuttosto: «dove vogliono andare a finire?» E, alla fine, sembra tutto un lungo provino, un esercizio di bravure attoriali, quasi un saggio di fine corso fatto però dai professori.

Viene da chiedermi: perché lo hanno fatto? Volutamente non ho letto la presentazione che ogni teatrante fa per giustificare il proprio lavoro. Penso che la spiegazione, il senso, debba risultare evidente sulla scena. Certo non l’hanno fatto per dimostrare quanto son bravi: troppo banale come spiegazione. Tutti i componenti della compagnia hanno buone esperienze e meritati riconoscimenti. Forse vogliono dirci che il teatro è solo un fatto di presenza scenica? Che non importa cosa significa o cosa vuol dire? Quello che importa è come lo fai, è tenere l’attenzione degli spettatori qui e ora, tutto il resto è un pretesto?

Francesco Pennacchia e Gianluca Stetur

Non so, non mi convince. È vero che si arriva al termine della performance con spirito attivo e sorridenti, rimane però il dubbio di aver perso del tempo. Oppure di aver assistito a un’occasione mancata. Come se tutta quella sapienza teatrale fosse stata messa al servizio del nulla. Che, certo, adesso non son più i tempi del teatro dell’assurdo. Quello serviva a criticare un teatro borghese che pretendeva di dettare regole morali e di rappresentazione. Ci troviamo invece in un teatro di ricerca, dove, appunto, la “ricerca” dovrebbe “trovare” nuove vie e contro-regole per dare senso al fare teatro. Per fare in modo che il rapporto tra scena e platea non sia solo una circostanza ambientale, ma, soprattutto, una scelta esistenziale e politica. O forse anche il teatro di “ricerca” si è ormai “imborghesito”? E quindi questo spettacolo è un gesto di ribellione a un circuito che premia in sostanza mode e modi “contenutistici” di dubbia natura?

Forse è meglio dare un’occhiata al foglio di sala. Ecco come si autodefiniscono:

Uno spettacolo di archeologia teatrale.
Alle origini del gioco.
Laddove nasce la tradizione ormai perduta.
Il gusto ed il piacere della vera finzione. Quella autentica. Quella che privilegia il gioco e la santa idiozia. La fede nell’arte del fallimento.

Adesso ho capito. In effetti è uno spettacolo riuscito!!

P. S.
Ancora dal foglio di sala:

La vita ha un dente d’oro è un’antica espressione bulgara che non trova corrispondenza idiomatica nella nostra lingua. Oggi l’espressione non è più in uso ma pare venisse utilizzata per alludere al fatto che in tutto ciò che è vero c’è sempre un artifizio, una menzogna, un’alterazione d’organi. Ma è anche vero che le cose, a volte, sono proprio come sembrano.

Giacomo Verde – Lo sguardo di Arlecchino

La bizzarria della pièce teatrale traspare già dal titolo che, pare, sia la traduzione impossibile di un’espressione ormai in disuso della lingua bulgara secondo la quale anche nelle cose più autentiche si nasconde una finzione.

Le luci si accendono su due uomini seduti, l’uno di fronte all’altro, a un tavolino dove si trovano un piccolo bicchiere, sembra da liquore, e una bottiglia di quelle che ci portano ancora in trattoria quando chiediamo dell’acqua non minerale. Uno dei due uomini, sul palco a sinistra per il pubblico (Gianluca Stetur) ha una fascia che gli avvolge le tempie (è caduto in stato di ebrezza e ha sbattuto la testa?); l’altro (Francesco Pennacchia) no. Sulla scena illuminata domina il rosso: delle sedie, dei pantaloni di Stetur, della maglia di Pennacchia. I due ingaggiano una strana competizione con bottiglia e bicchiere, li spostano sul tavolo come fossero le pedine di qualche passatempo da osteria, tessere del gioco delle tre carte, poi iniziano a parlarsi in una strana lingua che si finge croata, scimmiottando la parlata degli slavi che popolano le nostre città, passano a un dialetto meridionale, forse pugliese, e infine si attestano sull’italiano. In realtà non si capisce molto di che cosa parlino, dicono frasi buffe, a volte senza senso e a volte scontate. Il personaggio-Pennacchia reitera, a più riprese, il gesto di versare il liquido della bottiglia nel bicchierino che tiene in mano il personaggio-Stetur. Però il liquido è talmente centellinato che solo poche gocce ne arrivano in fondo al bicchiere, con il personaggio-Stetur che boccheggia in attesa di potersi cacciare in gola quelle poche gocce, palesemente d’acqua; ma, dalle smorfie che fa quando arrivano a destinazione, mostrano la pretesa d’essere d’un qualche tipo di acquavite, o grappa, o vodka. A un certo punto il personaggio-Pennacchia riempirà invece il bicchiere fino all’orlo e oltre, con il liquido che finisce sul tavolo fra le proteste dell’altro: prima troppo poco, ora troppo. Sembra davvero la metafora di quanto spesso accade nella vita, soprattutto a chi – avendo un impiego precario – oscilla fra uno stato di disoccupazione e uno di sovraccarico di lavoro, mal pagato. Un lavoro che non può permettersi di rifiutare perché deve compensare i periodi d’inattività e perciò, quando c’è, straborda oltre i confini generalmente accettati invadendo la vita privata.

Infine il personaggio-Stetur crolla sul tavolo addormentato, l’altro si ritrova improvvisamente senza interlocutore e inizia un monologo triste. La pièce, che finora si è mantenuta su una nota comica pur se un po’ delirante e velata di malinconia, vira decisamente su un tono drammatico e il personaggio rimasto sveglio, terminato il monologo, si avvia verso il fondo da cui si levano suoni elettronici stridenti e assordanti. Buio.

Anche se il finale lascia un po’ perplessi, il lavoro è nel complesso apprezzabile – sia per la regia sia per l’interpretazione dei due bravi attori – e divertente. Evoca il teatro dell’assurdo di Beckett e Ionesco innanzitutto per l’uso del linguaggio e in secondo luogo perché anche i due personaggi di Rita Frongia potrebbero trovarsi nell’ipotetica attesa di un salvifico Godot che non arriverà mai. Le loro strane parlate, inoltre, rimandano al Massimo Troisi dei ragionamenti smozzicati e stralunati. Quando in un lavoro artistico si possono ritrovare nobili riferimenti significa che l’obiettivo è raggiunto e l’operazione, riuscita.

Susanna Sinigaglia – labottegadelbarbieri.org

 Claudio Morganti mette in scena “La vita ha un dente d’oro” scritto da Rita Frongia. Da subito la sensazione che si ha è quella non di essere spettatori ma, al pari dei due seduti al tavolo sul palco, avventori in un bar: il loro stesso bar. Non stiamo guardando uno spettacolo: stiamo spiando, origliando i discorsi dei due uomini al tavolo vicino al nostro.

Forse si sono conosciuti li. Non è facile capire chi siano, che gioco facciano con le carte, che cosa bevano; ma capiamo, però quello che dicono. Lo capiamo anche se parlano croato (?); riusciamo a vedere un cane inesistente, a capire gli ordini che gli vengono impartiti e a “sentire” il loro disappunto quando l’animale li disattende.

Una parola detta, un cenno del capo danno il via a nuove dialoghi. Noi (spettatori/avventori/coro greco) riusciamo a essere partecipi del tutto anche quando una frase è data da uno sguardo, un concetto è espresso da un gesto.

Una marea di parole, sotto testi, espressioni del corpo e del viso da cui sorgono analisi sul concetto di bellezza e di arte, sul ruolo dell’attore e del teatro.

Gli argomenti di volta in volta introdotti vengono trattati con modalità teatrali diverse. C’è spazio per tutti i generi: dalla commedia dell’arte al cabaret dal monologo drammatico al “grammelot”, alla “clownerie”. Non manca neppure lo stereotipo dell’ubriaco sbiascicante che si trasforma in una piccola lezione di teatro.

E tutto ciò avviene tra due attori eccezionalmente “in ascolto” l’uno dell’altro con capacità rara di presidiare la scena anche senza battuta.

Un intelligente, malinconico, divertente e suggestivo viaggio nell’ultimo sogno di un attore.

Roberto De Marchi – milanoteatri.it
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